MONDO JAZZ
il blog del portale Tracce Di Jazz.
il jazz da Armstrong a Zorn. notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video
di Roberto Dell'Ava

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Fumo e pioggia

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Una sera in cui Lester riempiva di fumo e di pioggia la melodia di Three Little Words, sentii più che mai cosa rende tali i grandi del jazz : quell'invenzione che rimane fedele al tema mentre lo combatte, lo trasforma e lo irida.

Julio Cortazar da Il giro del giorno in ottanta mondi

Questo libro mi capitò tra le mani trentacinque anni fa ed ebbi subito la sensazione di essere davanti ad un libro di istruzioni per arricchire la vita.

Enrico Rava  dalla prefazione del libro

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Il giro del piano

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NYC, early 1960s by W. Eugene Smith

 Il 17 di febbraio, tra quattro giorni, ricorrerà il 35° anniversario della scomparsa di Monk: mi piace ricordarlo con un racconto di Julio Cortazar, tratto dal libro Il giro del giorno in ottanta mondi. Si tratta della recensione del concerto del quartetto di Monk, tenutosi a Ginevra nel marzo del 1966.

IL GIRO DEL PIANO DI THELONIOUS MONK

A Ginevra, di giorno, ci sono gli uffici dell'ONU, ma la sera bisogna vivere ed ecco all'improvviso un cartellone che dappertutto annuncia Thelonious Monk e Charlie Rouse, è facile immaginare la corsa al Victoria Hall per la quinta fila centrale, le bevute propiziatorie al bar dell'angolo, le formiche dell'allegria, le 21 che sono interminabilmente le 19,30 le 20 le 20,15 il terzo wisky. Charlie Tarnaud che propone una fondue, sua moglie e la mia che si guardano costernate ma poi se la mangiano quasi tutta, specie il fondo che è sempre la parte migliore della fondue, il vino bianco che agita le sue zampette nei bicchieri, il mondo alle spalle e Thelonious simile alla cometa che fra cinque minuti esatti si porterà via un pezzo di terra come in Hector Servadac, o comunque un pezzo di Ginevra con la statua di Calvino e i cronometri Vacheron & Constantin.

Adesso le luci si spengono, ci guardiamo ancora una volta con quel leggero tremito di commiato che ci prende sempre all'inizio di un concerto (attraverseremo un fiume, ci sarà un altro tempo, l'obolo è pronto) e già il bassista solleva il suo strumento e lo prova, la spazzola percorre rapida come un brivido la membrana del timpano, e dal fondo, facendo un giro del tutto superfluo, un orso con una berretta a metà tra un fez e uno zucchetto si dirige verso il piano mettendo un piede davanti all'altro con un'attenzione che fa pensare a un campo minato o a quelle colture di fiori dei despoti sassanidi in cui ogni fiore calpestato significa la lenta morte di un giardiniere. Quando Thelonious si siede al piano, tutta la sala si siede insieme a lui ed emette un sospiro collettivo della misura esatta del sollievo, perchè l'itinerario tangenziale di Thelonious sul palcoscenico ha qualcosa di un pericoloso cabotaggio fenicio con probabili incagli sulle sirti, e quando la nave di miele scuro con il suo barbaro capitano arriva in porto, la banchina massonica del Victoria Hall la accoglie con un sospiro come di ali acquietate, di tagliamare in riposo.

Ed ecco Pannonica, o Blue Monk, tre ombre simili a spighe circondano l'orso analizzando l'alveare della tastiera, le goffe zampe gentili che vanno e vengono fra api sconcertate ed esagoni di suoni, è passato soltanto un minuto e siamo già nella notte fuori dal tempo, la notte primitiva e raffinata di Thelonious Monk. Ma questo non lo si può spiegare : A rose is a rose is a rose. Viviamo in una tregua, qualcuno intercede per noi, forse in qualche sfera c'è chi ci redime.

Poi, quando Charlie Rouse fa un passo verso il microfono e il suo sax disegna imperiosamente le ragioni per cui si trova li', Thelonious lascia cadere le mani, rimane un momento in ascolto, deposita ancora un lieve accordo con la sinistra, e l'orso si alza dondolandosi, sazio di miele o in cerca del muschio adatto ad una dormita, liberandosi dallo sgabello si appoggia al bordo del piano segnando il tempo con una scarpa e con il berretto, le dita scivolano sul piano, prima proprio sul bordo della tastiera dove potrebbero esserci un posacenere e una birra ma ci sono soltanto Steinway & Sons e poi, in modo impercettibile, cominciano un safari sul bordo della cassa del piano, mentre l'orso oscilla a ritmo perchè Rouse, il bassista e il percussionista sono catturati dal mistero stesso della loro trinità e Thelonious compie un viaggio vertiginoso senza muoversi, spostandosi di centimetro in centimetro verso la coda del piano che non raggiungerà, sappiamo bene che non la raggiungerà perchè per farlo gli ci vorrebbe più tempo che a Phileas Fogg, più slitte a vela, rapide di miele d'abete, elefanti e treni irrigiditi dalla velocità per superare l'abisso di un ponte pericolante, quindi Thelonious viaggia a modo suo, si appoggia prima su un piede e poi sull'altro ma senza spostarsi di un millimetro, ciondolando sul ponte del suo Pequod arenato in un teatro, e ogni tanto muove le dita per guadagnare un centimetro o mille miglia, per poi rimanere di nuovo immobile, come circospetto, rilevando l'altezza con un sestante di fumo e rinunciando a proseguire e a raggiungere l'estremità della cassa del piano, finchè la mano abbandona il bordo, l'orso si gira lentamente e tutto potrebbe accadere in quell'istante in cui gli manca l'appoggio, in cui fluttua come un alcione sul ritmo cui Charlie Rouse sta dando le ultime pennellate di viola e di rosso, veementi, lunghe e ammirevoli, avvertiamo il vuoto intorno a Thelonious staccatosi dal bordo del piano, l'interminabile diastole di un unico, immenso cuore in cui fluisce il sangue di tutti noi, e proprio in quel momento l'altra mano si afferra al pianoforte, l'orso si dondola in modo delicato e di nuvola in nuvola ritorna alla tastiera, la guarda come se la vedesse per la prima volta, muove nell'aria le dita indecise, le lascia ricadere e siamo in salvo, è arrivato capitan Thelonious, per un pò c'è una rotta da seguire, e il gesto di Rouse che retrocede mentre libera il sax dal supporto ha un che di consegna dei poteri, di delegato che restituisce al doge le chiavi della Serenissima.

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I vincitori dei Grammy Awards 2017

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Best Latin Jazz Album
Chucho Valdés, Tribute to Irakere: Live in Marciac

Best Large Jazz Ensemble Album
Ted Nash Big Band, Presidential Suite: Eight Variations on Freedom

Best Jazz Instrumental Album
John Scofield, Country for Old Men

Best Jazz Vocal Album
Gregory Porter, Take Me to the Alley

Best Improvised Jazz Solo
John Scofield, soloist,  “I'm So Lonesome I Could Cry”

Contemporary Instrumental
Snarky Puppy, Culcha Vulcha

Come da aspettative, nulla di particolarmente nuovo ne di eclatante nei premiati, come d'altronde era logico aspettarsi. Tutti i vincitori, comunque, sono ottimi musicisti e del tutto degni del premio ricevuto. Rimane la solita considerazione di fondo: si tratta di riconoscimenti che l'industria ha creato per premiare se stessa, l'importante è attribuire ai premi il giusto peso.

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In Django non c'è la musica e in La La Land fa schifo

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Blog

(...) il film scelto per l’apertura (del Festival di Berlino), Django di Etienne Comar, dal nome del suo protagonista, Django Reinhadt, genio della musica che ha attraversato come una stella il secolo scorso morendo a soli 43 anni, nel 1953, amatissimo dai jazzisti come Duke Ellington, ispirazione per generazioni di musicisti successive, con la sua chitarra e il tocco unico delle mani (suonava con tre dita, due le aveva perse in un incendio da ragazzo), mischiando jazz e tradizione gipsy, un abbraccio sensuale e irriverente. E però in Django, la musica non c’è. O meglio è un complemento illustrativo della sceneggiatura, non permea il film, non ne è parte viva, vitale, non fa correre le immagini come le sue dita sulle corde della chitarra. 

 

Il difetto più grosso, quello che a noi interessa qui, è purtroppo la musica di Justin Hurwitz, collaboratore abituale del regista. Attenzione: qui la musica è qualcosa di più di un ingrediente indispensabile del musical: infatti La La Land è un film in cui si parla di musica. E purtroppo mentre il film scorre ci si accorge con sgomento che la musica va dal “mediocre” al “molto brutta”.

Sebastian straparla continuamente di jazz, del suo potere rivoluzionario, e nell’esaltazione ci indica la musica che ascoltiamo su un palco alle sue spalle. A parte il problema “razziale” che qualcuno ha voluto notare (il bianco che vuole rivoluzionare il jazz mentre i neri fanno il loro lavoro sullo sfondo), qui il problema è un altro: il jazz che ci fa ascoltare Sebastian fa schifo. È musica sgraziata, vacua e goffa, che lascia sbigottiti per la sua pochezza. Non è solo brutta: è proprio scritta male. Prendete il tema “latin” di “Another Day of Sun”, che fa da leitmotiv per tutto il film: il rigido arpeggio sulle triadi è un buon punto di partenza per scriverci un pezzo sopra, ma Hurwitz invece ce lo propina come un prodotto finito, accattivante quanto una bozza promettente.

Fonte: http://www.giornaledellamusica.it/approfondimenti/?id=118713

Foto Roger Arpajou

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Il musicologo

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"Il musicologo è colui che sa leggere la musica ma poi non sa ascoltarla" (Thomas Beecham)

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Mississipi Goddam

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Era il 1963, un anno che, come abbiamo visto, segnava per gli afroamericani una ricorrenza importante: quella del Proclama di Emancipazione di Lincoln che decretava la fine della schiavitù in dieci stati americani. La mattina del 12 Giugno, nel Mississipi, quella ricorrenza venne però macchiata da un fatto grave e triste: Medgar Evers venne assassinato. Il suo cuore venne colpito dal proiettile di un fucile Enfield imbracciato da un membro del Ku Klux Klan e cinquanta minuti più tardi quel cuore smise definitivamente di battere.

È a quest’episodio che il titolo di Mississipi Goddam si riferisce. Il pezzo, scritto dalla cantante e pianista Nina Simone, è un manifesto politico, un canto di rabbia e frustrazione e, insieme a Four Women e To be young, gifted and black, una delle più famose canzoni di protesta da lei scritte. Ad indicare quanto di vero ci fosse nelle sue parole, la canzone fu boicottata e vietata in molti stati del sud e l’album con cui venne ufficialmente rilasciata, Nina Simone in Concert, fu pubblicato dall’etichetta discografica olandese Philips Records.

Nella registrazione del concerto che Nina Simone tenne alla Carnegie Hall nel 1964, davanti ad un pubblico prevalentemente bianco, si avverte chiaramente come l’atmosfera cambi man mano che la canzone va avanti.

“The name of this tune is Mississippi goddam, and I mean every word of it” dice Nina Simone all’inizio, parlando al pubblico. Il pubblico ride. Dopo poche strofe, Nina parla ancora: “This is a show tune, but the show hasn’t been written for it, yet”: il pubblico ride di nuovo, con forse meno convinzione. Ma quando, dopo altre poche strofe, più dure, più esplicite, più rabbiose, Nina Simone parla ancora (“I made you thought I was kiddin’ didn’t we”), nessuno ride più. Perché, in effetti, non c’è più molto da ridere.

Fonte: http://www.vitactiva.it/jazz-diritti-civili-7-tracce-7-storie/#comment-72

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Sorrisi al Manzoni

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Foto YouriLenquette

Concerto domenicale all’insegna del sorriso quello del quintetto di Omer Avital al Teatro Manzoni di Milano. Sorrisi tra i  musicisti compiaciuti, sorrisi tra il pubblico, ammaliato dal sound arioso e dalle linee melodiche ben marcate che, unitamente ad una forte componente ritmica, hanno ben evidenziato la nuova ondata di talenti giovanissimi provenienti da Israele.

Avital non solo è un formidabile strumentista ma è anche un leader trascinante ed un compositore dalla penna particolarmente feconda. Le composizioni, praticamente tutte inediti che ascolteremo nel prossimo album, sono tutte venate da una riconoscibilità melodica particolarmente lirica e suggestiva dalle asperità ben arrotondate. Profumi e colori medio orientali affiorano qua e la ma senza eccessi e perfettamente calati nel sound collettivo. Impressionano i ragazzi che Avital ha assemblato: i due sassofonisti sono complementari, non si sfidano ma cercano dialogo e sovrapposizione, con una preferenza per Asaf Yuria,  multistrumentista ispirato.

Ofri Nehemya  sembra poco più di un esile ragazzo in età scolare, ma quando si scatena, la batteria prende letteralmente fuoco. Non solo potenza ma anche idee e grande timing.

Duttile e versatile anche il tastierista Eden Ladin. Concerto godibile fin dalle prime battute, ed i sorrisi tra il pubblico in piedi ad applaudire testimoniano una riuscita complessiva della proposta. Occasione unica, come spesso accade al Manzoni, di ascoltare proposte che nel nostro paese ben difficilmente hanno spazio. Peccato che voci di corridoio tra appassionati facciano  presagire poco futuro per l’Aperitivo. Speriamo di essere smentiti dai fatti.