MONDO JAZZ
il blog del portale Tracce Di Jazz.
il jazz da Armstrong a Zorn. notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video
di Roberto Dell'Ava

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Ma come è andata a Terni ?

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E’ andata bene, ma abbiamo scherzato. Questa la sintesi della conferenza stampa finale di Umbria Jazz Spring a Terni, tenuta ieri, 20 aprile, a Palazzo Spada dal duo ben assortito composto da Leopoldo Di Girolamo, sindaco e Carlo Pagnotta, direttore artistico. Supporters a latere, l’Assessora alla cultura Tiziana De Angelis e il Vice presidente della Regione, il ternano Fabio Paparelli.

Uno show impagabile in cui la coppia dà vita a qualcosa che sembra somigliare ad alcune gag cinematografiche famose. Una scenetta come quella della celebre domanda al Vigile Urbano di Milano dei Fratelli Caponi (Totò e Peppino) “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Sa è una semplice domanda….”. Psicologicamente la messa in scena ha la struttura del “non so se mi sono capito”.

Il duo ben assortito nel breve volgere di una oretta riesce a dire tutto e il contrario di tutto. Non fosse altro perché era stata proprio Umbria Jazz, nella persona del Vice Presidente della Fondazione, Stefano Mazzoni, alcune ore prima della conferenza allo Spada, a mettere nero su bianco cosa ne pensava dell’evento (CLICCA QUI). Nella nota ufficiale Mazzoni scrive chiaramente che l’edizione zero, cosiddetta, non è andata secondo le aspettative. Un modo edulcorato per dire che non è andata bene affatto.

 

E in conferenza stampa, Pagnotta, a cui va riconosciuta la capacità di essere franco e determinato come un cazzotto in un occhio, aggiunge “Siccome non mi accontento mai, posso dire che quest’anno abbiamo scherzato, mi aspettavo qualcosa di più anche se le cose sono andate abbastanza bene”. Tradotto in due parole e un numero, 1800 biglietti venduti.

Nella nota stampa a firma Mazzoni, UJ aveva parlato di 1600-1700 presenze per 4 concerti. Ma senza spaccare il capello in quattro, quello che salta all’occhio a Palazzo Spada è la gioia incontenibile degli amministratori cittadini opposta alla felpata cautela del patron Pagnotta, che la coda ce l’ha lunga e sa bene che ci vogliono le persone ai concerti per fare le frittelle.

Un Soldout sicuro come quello di Paolo Fresu (che suona un ibrido, in termini jazzistici, del Laudario di Cortona), o concerti piacioni come quelli di Danilo Rea e Peppe Servillo e i popolari Gospels (anche se non assoluti) stridono con la povertà di pubblico di alcuni concerti dove il jazz o le sue dirette derivazioni si suonavano davvero, (Incognito, Chico Freeman, Sammy Miller etc.).

Continua a leggere qui: http://tuttoggi.info/umbria-jazz-spring-palazzo-spada-bilancio-finale-trionfo-flop-non-ce-maluccio/391322/

Quindi, in conclusione, come avevamo facilmente anticipato, Umbria Jazz Spring è stato un festival raffazzonato, con finanziamenti insufficienti e con un programma di conseguenza. Alla fine, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Mah, vedremo il prossimo anno...

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Il misterioso Hank

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Johnny Griffin, John Coltrane and Hank Mobley

 
Costretto a ritirarsi parzialmente dalla musica verso la metà degli anni '70, a causa di forti problemi economici, il furto del sassofono (che lo costrinse, per qualche tempo, a suonare il sax baritono) e un grave enfisema polmonare, Mobley è scomparso nel 1986. Le ultime sue apparizioni dal vivo lo hanno visto assieme al pianista Duke Jordan.
Della vita extramusicale di Mobley non si sa assolutamente niente: il sassofonista ha rilasciato solo due brevi interviste in tutta la sua carriera (una al giornalista e critico John Litweiler) mantenendo sempre però un estremo riserbo sulle sue vicende private. Anche la biografia di Derek Ansell uscita nel 2008 è costretta a basarsi solo sulla documentazione discografica del musicista, tale è l'assoluta mancanza di qualsiasi altra notizia di carattere personale.
Fonte: pagina Facebook  Mosaico della Musica
 
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Il mondo

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La scomparsa di Gianni Boncompagni ha riportato alla notorietà, tra le altre creazioni più o meno effimere del nostro, la canzone Il Mondo cantata  da Jimmy Fontana , di cui Boncompagni scrisse il testo. Pochi però, soprattutto i più giovani, conoscono il retroterra culturale e musicale di Fontana.
Jimmy Fontana, nome d’arte di Enrico Sbriccoli, fu un cantautore italiano che conobbe il successo negli anni sessanta, con la celeberrima “Il Mondo”. Nato nelle Marche, a Camerino, imparò a suonare il contrabbasso da autodidatta e, appassionato di Jazz, iniziò a frequentare l’Hot Club di Macerata, dove si esibì con gli amici. Dopo il diploma si trasferì a Roma per l’università e iniziò la collaborazione con la “Roman New Orleans Jazz Festival”.  Abbandonati gli studi, si dedicò alla musica con lo pseudonimo di Jimmy Fontana, ispirandosi al suo idolo Jimmy Giuffré, incidendo qualche canzone Jazz. Ben presto fondò la Jimmy Fontana Band and is Trio e sposò Leda, da cui ebbe quattro figli: Luigi, Roberto, Andrea e Paola. Nel 1961 partecipò al festival di Sanremo cantando Lady Luna insieme a Miranda Martino, ma il boom lo fece nel 1965 con “Il Mondo” scritto per lui da Gianni Meccia e Gianni Boncompagni.
All’inizio degli anni Settanta scrisse, in collaborazione con altri artisti, il brano “Che Sarà”, con lo scopo di proporlo a Sanremo, che verrà poi costretto a regalare ai Ricchi e Poveri che ne faranno un successo nazionale. Deluso dalla vicenda, si ritirò quasi definitivamente dalla scena musicale italiana.
Muore all’improvviso l’11 settembre del 2013, all’età di 78 anni, a causa di un’infezione dentale che gli causò una febbre molto alta, fatale per il suo fisico non più giovanissimo.
 
Leggo in questi giorni solo articoli e commenti incensatori sull’opera di Boncompagni. Ritengo che ci vorrebbe più equilibrio e più distacco nei giudizi. Se Bandiera Gialla e Alto Gradimento hanno a loro modo fatto storia (ma ci sarebbe da discutere anche qui) è anche vero che hanno dato il via a centinaia di trasmissioni sulla falsariga, quasi inevitabilmente brutte copie, che hanno contribuito solo ad impoverire ed abbassare il livello culturale delle radio italiane.
Se poi parliamo di Boncompagni autore televisivo ( Drim, Domenica In, Pronto Raffaella, Casa Castagna, Macao e ovviamente  Non è la Rai) più che l’originalità mi pare evidente la mediocrità, il basso livello, la ricerca facile di consenso e successo a spese di qualsiasi pallida ambizione artistica. D’altronde lui era stato esplicito fino dagli inizi: “In tv ci sono solo due cose: robaccia con ascolti alti e robaccia con ascolti bassi”, cosi’ quando leggo commenti coccodrilleschi come “Lo capiremo fra 30 anni” (Giancarlo Magalli), non mi rimane che sorridere. E’ vero che Magalli ci impiegherà 30 anni, ma a molti altri è invece cosi’ facile capire…..
 
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Veri "comunisti"

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Blog

Un articolo scritto con onestà intellettuale e non con il solito servilismo giornalistico.

Commento al post Umbria Jazz Spring

Approfitto del commento odierno per puntualizzare nuovamente, repetita iuvant, la politica editoriale di Tracce di Jazz. Siamo una manciata di appassionati, diversi per età, gusti, residenza geografica, formazione culturale (e tifo calcistico…ehm). Crediamo che le diversità, anche profonde, siano stimolo e ricchezza e non pretesto per divisioni, che, in campo jazzistico, sarebbero più ridicole che sostanziali vista l’esigua rilevanza economica e di immagine della nostra musica in Italia. Non siamo professionisti della musica o del giornalismo, al contrario, il nostro lavoro si svolge in ambiti quanto mai lontani da musicisti e giornali.

Anche questa si è dimostrata  una ricchezza, infatti, a differenza dei quotidiani e delle riviste generaliste, commentiamo  il programma dei  festival più significativi senza riportare il solo comunicato stampa, di solito “gonfiato” di aggettivi spesso usati a sproposito e senza una dimensione critica appropriata all’evento.

Anche rispetto ai jazz magazine cartacei ed on line(dei quali, sia detto per inciso, al  netto di critiche e differenti vedute , siamo appassionati lettori e sostenitori da sempre),  abbiamo oggettivamente un grosso vantaggio: non abbiamo “amicizie” da coltivare, rapporti economici da salvaguardare, pagine di pubblicità che potrebbero scomparire alla prima critica non gradita. E’ il cosiddetto libero mercato, ed il “normale” intersecarsi di rapporti economici ed umani .

Noi invece siamo fuori mercato: nessuna pubblicità, nessun introito, amicizie del tutto svincolate da interessi e/o ritorni di alcuna natura. Veri “comunisti” direbbe il Cavaliere se solo qualcuno gli  togliesse quell’agnellino dalle braccia.  Si tratta di una necessità e di una libera scelta che solo grazie alla rete si è resa possibile e praticabile.  

Con ciò non si pretende di essere sempre nel giusto o di essere onniscienti, sarebbe sciocco pensarlo, e, senza prenderci troppo sul serio, scriviamo da appassionati per appassionati, senza secondi fini, raccontando sempre il nostro pensiero e cercando di motivarlo. Secondo noi, e secondo il confortante parere di molti di voi che ci leggete, queste semplici premesse sono sufficienti per vivere una esperienza unica, tracciando uno sguardo libero e appassionato su musica e musicisti, festival e rassegne, album ed eventi oggi in Italia e nel mondo

E tutto ciò e al netto dei nostri limiti, almeno nel nostro paese è una esperienza unica che  non ha confronti.

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Auguri ad Han

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Han Bennink (Zaandam, 17 aprile 1942)

Cheese Kit Diptych is an installation by artist Walter Willems consisting of two drum kits. In one, full rounds of real (mainly Dutch) cheese sit atop drum stands; in the other, plastic cheese replicas usually found in store display windows are employed. In this absurd setting Willems reinforces the international stereotype of the Dutch by using a classic Dutch export product as its main ingredient. Cheese Kit Diptych was created specifically to be played by world-renowned Dutch improvisational jazz drummer Han Bennink. Bennink, ambassador of the Dutch free jazz scene, is known for his ability to drum on any surface, teeming with humor, virtuosity, and creativity through his animated style. Willems considered his installation incomplete until Bennink played both of the drum kits. The drum performance by Han Bennink was recorded on June 17, 2005 at the Museum of Contemporary Canadian Art where the Cheese Kit Diptych installation was a featured artwork in the Demons Stole My Soul: rock 'n roll drums in contemporary art exhibition. As part of the performance Bennink also played a conventional drum kit and a pair of wooden shoes. Directed and produced by Walter Willems.

 

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Without jazz

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”I can live a week without poetry, but not a day without jazz.“ - Philip Larkin, poet, novelist and jazz critic.

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Vocaboli sporchi

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Per alcuni jazz — prima scritto anche jass, jas, jasz, jaz — deriva dall’incerto «jasm» che, nelle zone creole, in par­ti­co­lare a New Orleans, è sino­nimo di vita­lità o in slang di pre­sta­zione ses­suale; per altri è una parola tratta dal fran­cese chasse-beau, che è un passo di danza dell’epoca (il cake walk).

Ma a fine Otto­cento si tro­vano ulte­riori rispo­ste: jazz-bells, sopran­nome delle pro­sti­tute di New Orleans in ricordo della Jesa­bel biblica; il verbo jaser, che signi­fica chiac­chie­rare; il sopran­nome Jazbo, un arti­sta di min­strel show; il sostan­tivo inglese gism, sino­nimo di volta in volta di forza, esal­ta­zione, ancora potenza ero­tica; il verbo to jizz, desi­gnante l’eiaculazione; l’africano jasi infine vuol dire vivere sotto pres­sione, in maniera fre­ne­tica. In ogni caso si tratta di suono o parola dai valori non certo edi­fi­canti, stando almeno a un’ottica per­be­ni­sta, come ricorda il pia­ni­sta Eubie Blake: «Non pro­nun­cio mai la parola jazz davanti a una signora. È un voca­bolo molto sporco!».

Fonte: 

http://ilmanifesto.it/basta-la-parola-venti-modi-per-dire-jazz/