MONDO JAZZ
il blog del portale Tracce Di Jazz.
il jazz da Armstrong a Zorn. notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video
di Roberto Dell'Ava

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Verona jazz: keep calm...

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Blog

 
Espressa la soddisfazione propria dell’appassionato di jazz (per il numero di rassegne jazz estive, n.d.r.), forse è opportuno andare più a fondo per porsi innanzitutto una domanda: ma quanti di questi festival sono davvero eventi degni di attenzione? Quante di queste manifestazioni si basano su una programmazione degna di questo nome, su un fil rouge che leghi i vari concerti, insomma su una pur minima progettualità? Quanti organizzatori si prendono la briga di presentare nuovi talenti invece che ricorrere ai soliti nomi triti e ritriti?
 
Gerlando Gatto, A Proposito di Jazz
 
All’interno del maxi cartellone dell’Estate Teatrale Veronese si sta definendo il programma della rassegna jazzistica veronese, arrivata quest’anno alla 44esima edizione. Dopo il trombettista Paolo Fresu, che darà il via alla manifestazione la sera del 21 giugno, e Stefano Bollani in versione «napoletana» il 24 giugno , arriva il terzo appuntamento: Raphael Gualazzi sarà sul palco del Teatro Romano il 23 giugno per presentare il suo ultimo progetto discografico, l’album «Love Life Peace» 
 
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The freedom suite

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1958. Sonny Rollins era ormai uno dei più famosi ed apprezzati sassofonisti del periodo. Centinaia di ottime recensioni sui giornali, foto, articoli. Eppure, quando cercò di affittare un appartamento, gli venne rifiutato perché nero. “A cosa serve essere celebri” disse Rollins “se rimani sempre ‘un negro’, come si suol dire?”.

Da questo evento e dalla sua indignazione nacque The Freedom Suite, un brano che era prima di tutto una grande sperimentazione musicale, il primo passo di Sonny Rollins nella composizione estesa, caratterizzato da continui cambi di tempo, variazioni e temi improvvisati. “Libertà”, quindi, indicava tante cose, radicate tanto nello spirito quanto nella musica di Sonny Rollins. Ma a togliere il dubbio che il significato del brano fosse prima di tutto politico, era la dichiarazione che accompagnò l’uscita del disco e che venne attribuita proprio al sassofonista.

“L’America,” scriveva Rollins “è radicata nella cultura Afro: le sue espressioni colloquiali, il suo carattere, la sua musica. È davvero ironico che i Neri, che più di qualsiasi altro popolo possono rivendicare come propria la cultura americana, continuino ad essere perseguitati e repressi, a tal punto che la cultura Afroamericana, che ha esemplificato la tolleranza con la sua sola esistenza, viene trattata inumanamente.”

Questa dichiarazione, da cui il carattere manifestamente politico del brano e dell’album, causarono una violenta reazione che spinse l’etichetta discografica a ritirare momentaneamente l’LP dal mercato e a ripubblicarlo senza nessuna dichiarazione scritta e con un altro titolo. Richard Palmer, nel suo libro su Sonny Rollins, esprime bene la tragica ironia della situazione:

“Intelligenti, moderate e, dal mio punto di vista, inconfutabilmente giuste, queste parole causarono un tale furore che spinse Riverside a ritirare l’album dal mercato e a riemetterlo come Shadow Waltz, il titolo del secondo pezzo più corto dell’album. Uno potrebbe definire l’ironia deliziosa se non fosse così deprimente: una tale reazione provò – in maniera devastante – ciò che aveva ispirato The Freedom Suite in primo luogo ed ha perciò esemplificato perfettamente cosa c’era che non andava a livello nazionale.”

Fonte: http://www.vitactiva.it/jazz-diritti-civili-7-tracce-7-storie/

Sono passati quasi 60 anni ma Sonny si mantiene lucido e vigile sui tema, tanto da prendere carta e penna e scrivere qualche mese fa a Jazztimes, lamentando l'esclusione di The Freedom Suite (ma anche quella di altri giganti del jazz) da un articolo pubblicato sulla rivista che prendeva in esame il jazz e la protesta per i diritti civili.

E poco importa che l'articolo in questione fosse solo un trafiletto a margine di un articolo su Kamasi Washington e non un saggio sulla lotta dei nero-americani. Ecco la lettera di Sonny e la garbata risposta dell'editore:

https://jazztimes.com/features/sonny-rollins-speaks/

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Recensioni politically correct

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Mars : à la lecture des rares journaux de jazz qui existent encore, je ne peux m’empêcher de constater à quel point le « politiquement correct » empêche toute vraie critique de se faire entendre. On y découvre tous les mois les chroniques largement positives d’une cinquantaine d’album, voire davantage. Les musiciens s’en satisfont. Le moindre bémol adressé à leur travail provoque leur profond courroux. Tout va bien entre eux et les journalistes si ces derniers passent toujours la brosse dans le sens du poil, si leur talent n’est pas contesté. L’amateur de jazz qui cherche à s’informer, à acheter un album susceptible de lui plaire est souvent moins heureux. Comment choisir lorsque presque tous les disques qu’on lui présente bénéficient de bonnes chroniques ?  

 

Les mauvais disques existent-ils encore ? On peut en douter à la lecture de nos journaux de jazz, de ce blog qui met en avant les bons disques et ignore les autres, choix qualitatif impliquant que certains d’entre eux sont donc moins intéressants que d’autres. Selon certains, tout est affaire de goût, pure subjectivité rendant toute discussion impossible. Il n’y a pas de bonne et de mauvaise musique. On aime tel disque parce qu’il parle à votre sensibilité ; on n’en apprécie pas tel autre car il est trop éloigné de votre esthétique. Or le goût s’affine par l’expérience, l’écoute et surtout la culture. N’émettre aucune critique, ce n’est pas rendre service au musicien qui conforté dans son ego, pourra difficilement faire progresser son œuvre. Au sein des rédactions, les chroniques des nouveautés et des rééditions sont confiées à ceux qui sont les plus capables de les apprécier. Normal, car il est toujours préférable de défendre un album que d’en dire du mal. Malheureusement pour le lecteur, le jugement positif que porte le chroniqueur est souvent loin de refléter la valeur musicale du disque qu’il commente. Sans vouloir provoquer de nouvelles batailles d’Hernani, je pense qu’il serait bon de multiplier les débats, les espaces de discussions, les « pour et les contre » sur des disques qui divisent les journalistes (il y en a, et même beaucoup) afin d’éclairer l’amateur de jazz sur une musique qui change, bouge, en digère de nouvelles sans trop savoir où elle va. Perdu, incapable de se faire une réelle opinion à la lecture des blogs, des journaux qui encensent, le jazzophile se voit obligé de bien connaître les goûts des chroniqueurs pour ne pas se tromper.

 Fonte: http://www.blogdechoc.fr/

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The promise

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“At his best, Art found beauty in everything, even in harshness, pain and violence. And in his music, if you pay attention, you can hear the promise. The promise is the moment of a held breath, when you know, you know it is all beauty and you are reconciled with your existence in this world.”

Laurie talks Art Pepper
 
Fonte: http://themaninthegreenshirt.tumblr.com
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Evan Parker is to John Coltrane as Samuel Beckett is to James Joyce

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“We were using the term ‘modern jazz’, and the ‘modern’ aspect was just as important as the ‘jazz’ aspect. If it’s going to be modern, it has to say something that hasn’t been said before. Originally, I took my direction from trying to play like John Coltrane, and then I realised that this won’t do, because the whole point about what makes Coltrane great is that he found his own voice. You’re going to have to find your own voice if its going to mean anything at all to you, let alone anybody else. So I started to dip my toe into the idea of ‘What remains to be done?’ ‘What comes next?’ ‘What are the emotional next steps?’”

Fonte: https://www.irishtimes.com/culture/music/evan-parker-is-to-john-coltrane-as-samuel-beckett-is-to-james-joyce-1.2995499

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Libertà e popolarità

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Gli ascoltatori di jazz hanno sempre dimostrato che la loro musica è una condizione di massima libertà , ma un sacco di appassionati di jazz sembrano essere "schiavi" di alcune espressioni particolari del passato. Non so se questa è una contraddizione. Sembra che la musica che è diventata popolare per celebrare la libertà, più libera è e meno popolare diventa.

Peter Evans, intervista di Carlos Perez Cruz
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L'unico prescelto

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Wynton Marsalis (New Orleans, 18 ottobre 1961) è un portentoso modello di equilibrio tra scienza armonica, fantasia melodica e audacia ritmica, potenza e precisione timbrica. Egli è un po’ il Bach della tromba jazz: è riuscito a far propri i fondamentali insegnamenti dei suoi titani ascendenti, riunirli alla sua maniera ed esplorare qualche nuova zona, trovando alcune gemme. Sia come trombettista sia come compositore.

Ciò per circa i primi dieci anni della carriera, poi si è istituzionalizzato come messaggero del Jazz, purtroppo pensando fosse una specie di (unico) prescelto per diffondere e difendere le radici di questa meravigliosa musica afroamericana. Involvendosi a tutto tondo e diventando un campione neoclassico della scuola neworleansiana. 
 
 
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