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Horace Parlan, l'uomo che non doveva esser pianista

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Articoli

Do’ per scontato che vi sia pervenuta la notizia della scomparsa di Parlan, non sono mancati gli inesorabili necrologi in formato wikipedia, con cui certamente non posso competere (non ho la tempra dell'enciclopedista). Ma vi voglio ugualmente consegnare due “istantanee” in cui è fissata l'originalità di questa personalità e, al tempo stesso, il suo profondo radicamento nell'humus della cultura jazzistica.


Horace ParlanDo’ per scontato che vi sia pervenuta la notizia della scomparsa di Horace Parlan, non sono mancati gli inesorabili necrologi in formato wikipedia, con cui certamente non posso competere (non ho la tempra dell'enciclopedista). Ma vi voglio ugualmente consegnare due “istantanee” in cui è fissata l'originalità di questa personalità e, al tempo stesso, il suo profondo radicamento nell'humus della cultura jazzistica.
Il pianoforte esige di per sé stesso un approccio fisico: nella tradizione jazzistica moderna, soprattutto di matrice ‘black', questa ovvietà si eleva al quadrato (nitidezza squillante del tono, velocità nello spaziare tra le ottave più distanti, densi contrasti timbrici… et cetera). L'idea di un pianista con una mano destra dalla funzionalità gravemente compromessa dalla terribile polio è una contraddizione in termini.
Ecco, Horace Parlan è esattamente questa “contraddizione”, che per di più ha percorso i periodi più tumultuosi della musica afroamericana , in cui la competizione ed il dispendio - in alcuni casi la dissipazione – di talenti è stata massima (e proprio Parlan ne è forse un buon esempio).
Qualcuno di voi un po' più smaliziato osserverà che il jazz consente la formazione di tecniche strumentali fortemente personalizzate, che ben possono talvolta sormontare e mascherare handicap e limitazioni fisiche. Vero, ma questo presuppone l'astuzia di porsi sempre in situazioni musicali pienamente controllabili e quindi prevedibili.
Certo Parlan annovera nel suo lungo carnet esperienze da leader, anche in piccole formazioni, ma non è per queste che voglio ricordarlo. Ma qui non c'è modo di glissare o scivolare d'ala:



Booker Ervin sarà pure oggi un “unsung hero” per uno sparuto pugno di sentimentali come me, ma il suo suono potente ed affilato, il suo fraseggiare nitido ed ampio non lascerebbero alcuno scampo ad un pianista routinier e di mezzi limitati e convenzionali. Del resto, con il Mingus di “Blues and Roots”, o, peggio, di “Mingus Ah Hum” c'era poco da scherzare, niente “voci bianche” nella ribollente canonica del Reverendo Charles, in cui Parlan ed Ervin strinsero un sodalizio dei più intensi di quegli anni.
Una storia osteggiata dalle circostanze, che culmino' nel 1975 in un elogio funebre postumo, con Parlan che, dopo una breve ed accorata intervista, dedica all'amico scomparso un brano in solo, “Lament for Booker Ervin” appunto, che occupa la seconda facciata dell'omonimo Lp, uno dei dischi jazz più straordinariamente intensi mai pubblicati: “Lament for Booker Ervin” appunto, che nella prima facciata contiene la registrazione di un travolgente concerto berlinese di Ervin, in cui il giovane Kenny Drew ha il suo daffare per rimpiazzare il più sperimentato Parlan.
Questo piccolo tesoro è stato uno dei primi titoli della Enja, anche lei misconosciuta, il “contraltare caldo” di ECM: sembra che la pubblicazione sia in gran parte dovuta a Parlan . Ascoltatelo qui, prima che sia troppo tardi:



Il “requiem” finale è a mio avviso all’altezza di altri, che punteggiano qui e là la strada del jazz: quello omonimo di Tristano, con silenziosa e lampante evidenza dedicato a Parker, il “Good Bye, Pork Pie Hat” in cui Mingus evoca Lester Young per il tramite del suo bizzarro cappello piatto.
Il pianismo di Parlan qui si rivela in tutti i suoi tratti essenziali: asciutta nitidezza, potenza del tocco che non esclude però sfumature di timbro che ben pochi pianisti più fortunati di Horace possono permettersi, un'inconfondibile ed inesradicabile “blue tinge”, che a mio avviso scarseggia molto nella musica di oggi.
La limitata agilità e scioltezza della destra finiscono per trasformarsi in un'asciutta essenzialità ed in una concentrazione sulla qualità del suono, anche questa da rimpiangere non poco oggi. Il coltivato contrasto con i fulminanti, scuri e scintillanti accordi della sinistra finiscono di creare un vero, personalissimo stile.
Se il potente, ma pur solido e razionale fraseggiare di Ervin offriva a Parlan ben definiti spazi per sia il suo solismo che per il suo accompagnamento, che dire della successiva avventura con l'Archie Shepp degli anni ’80?
Suonare in duo con uno che, pur dismessa la giacca di pelle per un doppiopetto (tra l'altro sempre impeccabilmente e mai banalmente portato), non per questo rinunziava alla fulminea ed imprevedibile zampata della pantera….una autentica “liason dangereuse”, non c'è che dire



Sostenere e ‘riempire’ la rapsodicita' di Shepp è una sfida in più, compensata però da spazi solistici ampii e tersi, che beneficiano della tensione e della concentrazione accumulata dall'erratico procedere di Shepp, autentico flaneur che si aggira tra vere pietre miliari della tradizione afroamericana con una elegante padronanza che quasi nessuno ha potuto poi vantare.
Se aggiungiamo poi che questa è musica che nasce nell'esilio (elegante e confortevole quello parigino di Shepp, più amaro e problematico quello danese di Parlan – malattie, scarsi denari…), questa assume una vibrazione in più .
Riponiamo con cura queste due immagini, datate ma sempre nitide, che ci ricordano una cosa che rientra nell'essenza del jazz: la sua non sarà mai una bellezza convenzionale, ovvia e scontata, ‘classica’. Sarà sempre una bellezza ‘nonostante', che nasce nel contrasto e nel conflitto, là dove non ce la si aspetterebbe mai, là dove “non è prevista” (e spesso e volentieri nemmeno desiderata). Ecco perché Parlan – “l'uomo che non doveva esser pianista” – è a suo modo un simbolo di questa musica.


 

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