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Marc Ribot and The Philadelphians (più archi di "Sentieri Selvaggi"), un ritorno al futuro

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

La mattina di domenica 22 circolava per la platea del Teatro Manzoni di Milano la sottile, ma palpabile tensione che accompagna l'attesa di esperimenti audaci, ma carichi di rischi. Innanzitutto, ls scelta di Ribot e dei suoi di rievocare il Philly Sound, musica che, pur aliena da ogni complessità, è entrata in punta di piedi nell'immaginario musicale di chi allora era nei suoi "teen years" (e magari pubblicamente la ripudiava...).


Marc RibotLa mattina di domenica 22 circolava per la platea del Teatro Manzoni di Milano la sottile, ma palpabile tensione che accompagna l'attesa di esperimenti audaci, ma carichi di rischi.
Innanzitutto, ls scelta di Marc Ribot e dei suoi di rievocare il Philly Sound, musica che, pur aliena da ogni complessità, è entrata in punta di piedi nell'immaginario musicale di chi allora era nei suoi "teen years" (e magari pubblicamente la ripudiava...). Una operazione nostalgica un po' ruffiana e calcolatrice, come altre in circolazione? Peggio, un approccio cinicamente citazionista o decostruzionista da "colti ed incliti" alle prese con un reperto pop un tantino imbarazzante?
Niente di tutto ciò, solo la rievocazione partecipe e sorridente (e spesso il sorriso è sembrato quello benevolo e complice di Frank Zappa, soprattutto in certe ostentate e stranite riesposizioni dei temi originali) di una musica certo naif, ma dotata in abbondanza di quel drive e di quell'immediata comunicativa che sono la linfa che sale dalle radici della migliore Black Music sino ai suoi rami più alti e librati nei cieli più rarefatti. E tutto ciò a partire da un presente ben più disincantato (e cioè molto più incapace di meraviglia).
Insomma, è stato come riprendere in mano una vecchia istantanea degli anni '70 (che nella vita quotidiana sono stati spesso gli "anni marrone" sensibilmente narrati dal miglior Jonathan Coe): i soggetti sono ancora lì, spesso con una loro disarmante ingenuità, ma il tempo ha virato gli scuri colori originali, sui contorni emergono cangianti sbavature un poco acide..
A proposito di 'cieli rarefatti', già l'organico del gruppo risultava più che originale: una formazione "tutte corde", bilanciate solo. dall'imponente set di batteria di Grant Calvin Weston (ex Prime Time, primo gruppo elettrico di Ornette Coleman), che per un momento ha fatto temere l'evocazione dello spettro di Billy Cobham (pericolo fortunatamente sventato).
Un gruppo uniforme? Tutt'altro, al suo interno spiccavano distinte sezioni, a partire dalla minuscola, ma essenziale pattuglia di archi (violino, viola e violoncello), indispensabile nel ricavare dalle semplici melodie originali elastici trampolini di lancio per i dinamici ed inarrestabili voli solistici di Ribot (gli auguro ogni miglior fortuna per il seguito del tour, ma dubito che troverà archi più complici, graffianti ed acidini di quelli offerti da Sentieri Selvaggi, che ha fatto un altro bel regalo all'Apertivo, ci sono evidenti affinità elettive..). Tutti bravi, ma Daniele Richiedei ed il suo violino hanno già una riga tutta loro nella mia agendina.
Poi viene una ritmica molto sui generis dove spiccava (e non solo per l'impeccabile e quantomai evocativo completo rosa shocking) Jamaladeen Tacuma, altro veterano colemaniano che recentemente si è notato nel ruolo di acuto mentore di giovani talenti anch'essi voltatisi verso la propria adolescenza musicale 'di strada' (il promettente James Brandon Lewis di 'Days of a Freeman', da riascoltare soprattutto dopo la improvvisa, generale 'sbandata' per un più acerbo Kamasi Washington).
Tacuma ha saggiamente evitato la trappola della ripresa di un basso un po' gaglioffo e grevemente funkeggiante, pure tipico degli originali, esibendo anzi un fraseggio molto più misurato ed efficace, soprattutto in brevi pause liriche come quella di "Love Tko". Considerazione analoga può esser fatta per la batteria di Weston, fermo restando che sia la struttura e l'impatto della formazione che la materia musicale renderebbero fuori posto le finezze melodiche e timbriche di un Billy Higgins o di un Ed Blackwell (che in molti ancora ricordiamo).
Infine, sulla plancia di questa piccola astronave degna di 'Ritorno al Futuro', ecco i due piloti Ribot ed Halvorson.
Capitan Ribot ha sempre saputo slanciarsi in un suo straniante orbitare intorno ai semplici temi per sporgersi poi verso spazi sempre più distanti, soprattutto melodicamente: non stonano in questo quadro avventuroso nemmeno i vocals di sapore un po' aspro e quasi psichrdelico. Non ci aspettavamo niente di diverso da un impenitente veterano dell'innovazione, per niente riconciliato con l'idea di diventare il monumento del proprio passato (tentazione facile e diffusa...).
Attesa con molta impazienza e curiosità, Mary Halvorson, di primo acchitto apparentemente più spaesata perché proveniente da laboratori sonori più appartati ed austeri (le formazioni di Braxton, Tim Berne.. ), ha in realtà portato in dote nelle sue calibrate provette quegli acidi che soprattutto sul versante timbrico hanno determinato quel 'viraggio' dei colori della vecchia istantanea del Philly Sound in cui risiede il fascino dell'operazione dei Philadelphians.
Nei purtroppo rari momenti in cui i comandi dell'astronave sono passati alla copilota Halvorson abbiamo poi intravisto brevi, folgoranti accelerazioni, quasi impensabili dopo la già straordinaria intensità di Ribot, e ciò particolarmente in termini di scomposizione e reinvenzione melodica e di esperimenti timbrici che nell'ensemble affioravano solo a tratti alla superficie del sound di gruppo per via della maggior esilità dello strumento della Halvorson (amplificare un concerto così è una vera sfida, ma Halvorson avrebbe davvero meritato qualche decibel in più.... bisogna aver più fiducia nell'ottima acustica asciutta del Manzoni, risparmiare un poco di master e guadagnare un pò di spazio per un mixaggio più calibrato).
Dopo questo stuzzicante antipasto, è forte l'attesa per ulteriore appuntamento con lei in contesto in cui risultino più in evidenza le sue grandissime doti di musicista e di strumentista (gli straordinari approcci fisici allo strumento fanno pensare che il futuro "Metodo Halvorson per chitarra" esigerà doti ginniche di non poco conto...). Vale supplica all'Organizzazione.
In chiusura ho sotto gli occhi la copertina di un 'Live in Tokyo' della band. Con le sottili caricature dei musicisti sembra uscita dalla penna di un Robert Crumb (ricordate Fritz il Gatto, simpatico ribaldo?), tanto è intrisa di quella graffiante autoironia e buona adrenalina che ci portano in dono i Philadelphians. Ne abbiamo un grande bisogno.