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Grande Jazz al Piccolo

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

La XVIII edizione della rassegna milanese, che tradizionalmente prende il via il 7 dicembre nell’ambito delle manifestazioni cittadine per il Santo patrono, è stata preceduta il 30 novembre da una gustosa anteprima, per la registrazione del primo CD del progetto "Le tre generazioni", dell’inedito trio composto da Enrico Intra, Paolino Dalla Porta e Mattia Cigalini.



Enrico Intra, Paolino Dalla Porta e Mattia CigaliniLa XVIII edizione della rassegna milanese, che tradizionalmente prende il via il 7 dicembre nell’ambito delle manifestazioni cittadine per il Santo patrono, è stata preceduta il 30 novembre da una gustosa anteprima, per la registrazione del primo CD dell’inedito trio composto da Enrico Intra, Paolino Dalla Porta e Mattia Cigalini.
Persino chi aveva già avuto modo, nei mesi precedenti, di ascoltare dal vivo questo progetto, denominato “Le tre generazioni” in riferimento all’età anagrafica dei componenti dell’organico, ed aveva quindi potuto apprezzare la modernità dei suoni e delle composizioni, è rimasto spiazzato dalla proposta musicale del Maestro Intra, che come al solito ha mischiato le carte in tavola ed ha creato, in una giornata di lavoro o poco più, una performance che presto tutti avranno modo di ascoltare su supporto sonoro.
Come illustrato con estrema efficacia dal musicologo Maurizio Franco in apertura sul palcoscenico del Teatro Strehler, sono state messe a punto ventuno brevi cellule tematiche, il cui nome corrisponde semplicemente ad una lettera dell’alfabeto italiano, dalla A alla Z, che hanno costituito, assieme ad un momento solistico riservato a ciascuno dei tre musicisti, la struttura portante di un’esibizione durante la quale l’armonia è stata la grande assente e l’improvvisazione la vera protagonista della serata.
Se si esclude il bis, costituito in sostanza da “alternate takes” per necessità di registrazione, lo sviluppo e l’elaborazione istantanea delle cellule sopra descritte, peraltro chiaramente riferite al ‘900 europeo e non al jazz americano (ecco spiegato anche l’utilizzo dell’alfabeto italiano…), ha messo in risalto il grande interplay tra i tre protagonisti, che pur limitati da una certa rigidità della struttura cui fare riferimento, hanno saputo far emergere le caratteristiche peculiari delle loro singole voci.
Dai brevi e semplici spunti tematici il flusso sonoro si è sviluppato quindi in mille direzioni diverse, ma tutte ideali per esaltare la cantabilità ed il virtuosismo di Dalla Porta, il suono distinguibile di Cigalini (nitido al contralto e sinuoso al soprano) e l’ispirazione, a tratti davvero elevata, di Intra. Spesso l’approccio percussivo sui tasti e sulla cordiera del pianoforte e sulle corde del contrabbasso (con l’archetto o con una bacchetta) sono stati particolarmente efficaci nel modificare ulteriormente il climax espressivo, a tutto vantaggio della varietà della proposta.
I momenti in solo sono sembrati scatti fotografici delle personalità degli artisti. Intra minimalista, contemporaneo, breve ma intenso; Dalla Porta particolarmente tecnico ma sempre cantabile, abile nel far risuonare il metallo delle corde del suo strumento dal suono avvolgente; Cigalini molto personale, capace di passare da note lunghe e soffiate a esplosioni vivide dal fraseggio sciolto o a fluide scale ad alto tasso di difficoltà.
Qualcuno in sala alla fine si è lamentato dicendo che era venuto a sentire jazz ed aveva ascoltato altro; forse è vero, ma viaggiare per un’ora tra schegge impressioniste, rimandi ad ambientazioni cinematografiche (in particolare a Morricone e Bacalov), episodi puramente ritmici, rimembranze free o momenti cameristici può essere comunque molto piacevole. Ma un orecchio attento non può non avere colto, in più di qualche cellula, del caro vecchio swing o del sano pianismo blues. Alla fine poco importa che si tratti di jazz moderno, minimalismo o musica contemporanea; quel gran maestro di cerimonie che è Enrico Intra miscela con sapienza tutto questo ed altro ancora, e quando a suonare con lui sono musicisti di così forte personalità, anche se estremamente giovani come Cigalini, si può ancora essere orgogliosi del jazz di casa nostra.
Il 7 dicembre siamo tornati allo Strehler per il tradizionale concerto della mattina di Sant’Ambrogio, dal titolo che non ha bisogno di ulteriori delucidazioni (“Gershwiniana”). Sul palco, assieme ai musicisti della Civica Jazz Band, diretta da Enrico Intra e da Luca Missiti, quattro archi della Civica Scuola di Musica C. Abbado e due solisti d’eccezione, il sassofonista bergamasco Marco Gotti ed il pianista Michele Di Toro, di estrazione classica e come tale particolarmente adatto per la circostanza; nel foyer del Teatro, una bellissima collezione di caricature del giovanissimo Andrea Strizzi dei musicisti dell’orchestra e della scena jazz meneghina.
Il programma ha affrontato, per quanto possibile nello spazio temporale di un concerto, le diverse sfaccettature della musica di Gershwin, in una trasposizione filologica e moderna al tempo stesso.
I primi due brani sono stati affidati alla splendida voce del sax di Gotti, ad esprimere tutto il suo afflato melodico nello swing di “S’wonderful” e nella ballad “The man I love”, accompagnato dall’orchestra al gran completo. E’ salito quindi sul palco Michele Di Toro, che in completa solitudine ha regalato ai presenti una versione molto fedele all’originale del ragtime “Rialto Ripples”, esibendo un pianismo brillante ed una grande competenza tecnica, e quindi un interessante medley tra due composizioni estremamente diverse tra loro, il classico “Preludio nr.2” e la celebre “I got rhythm”, rappresentativa degli albori del jazz armonico; dalla fusione di questi due brani sono emerse dolenti note blues, veloci fraseggi improvvisati, progressioni di accordi a due mani, citazioni di altri capolavori gershwiniani, swing, ragtime, consonanze e dissonanze, in un continuo lavoro di decostruzione e ricostruzione istantanea che ha abbracciato più di 20 anni di storia del jazz. L’ultimo brano estratto dal songbook del compositore omaggiato è stato l’intramontabile “Summertime”, in una versione arrangiata da Intra che sedeva al piano accompagnato dall’orchestra, lasciando la bacchetta a Missiti; dopo un’introduzione cupa nello stile che è tanto caro al Maestro ed un meraviglioso dialogo con la tromba sordinata di Emilio Soana, il tema veniva esposto all’unisono dalla stessa tromba e dal trombone di Roberto Rossi. Davvero intensa la seconda parte dell’esecuzione, con significativi momenti solistici di Giulio Visibelli e Marco Gotti.
Il piatto forte del menu è stata la sua portata finale, quella “Rhapsody in blue” che ha contribuito in gran misura alla notorietà di Gershwin, eseguita da un organico esteso con orchestra, archi e solisti ospiti; dettagliata l’introduzione di Maurizio Franco, che ha ripercorso la storia della composizione soffermandosi, tra l’altro, sulla committenza di Paul Whiteman (che voleva un pezzo che rappresentasse il sogno americano), sull’idea del compositore di inserirvi il ragtime ma anche componenti ebraiche, classiche e persino cubane, nonché su dettagli curiosi, quali il fatto che la prima esecuzione avvenne con lo spartito ancora incompleto.
Spazio quindi all’esecuzione della Rapsodia, riproposta con taglio particolarmente jazzistico e strumentazione più adatta ai tempi moderni, nonostante la presenza degli archi e di un pianista di impostazione classica abbiano consentito di gettare un ponte tra la partitura originale e i suoni dei giorni nostri. Il famoso attacco affidato al clarinetto di Gotti, la netta distinzione tra le diverse sezioni orchestrali, l’approccio scevro di eccessi ed il tocco elegante di Di Toro, insieme al suo equilibrio tra rigore esecutivo e facilità di variare sulle parti scritte, sono stati gli ingredienti principali di un’esecuzione davvero magistrale, impreziosita da una sapiente gestione di volumi e dinamiche e da un perfetto bilanciamento del suono in sala a cura di un tecnico estremamente competente come Max Cappellini.
Non è difficile ipotizzare che il pianismo colto di Di Toro, la precisione degli incastri sonori tra le sezioni, i sofisticati arrangiamenti di Intra e, non da ultimo, il grande rispetto per le partiture originali sarebbero piaciuti anche all’autore. Dopo una tale esibizione, non sono rimasti che tre minuti di bis in solo per il padrone di casa Enrico Intra, poi tutti a casa a festeggiare il Santo Patrono.

 

 

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