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La big band americana al Piccolo

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Grazie anche al supporto di Antonio Vanni e dell’Accademia Europea di Firenze, è stato possibile realizzare, sul palco del Piccolo Teatro Studio di Milano, l’incontro tra i Civici Corsi di Jazz locali e l’ELON University Jazz Ensemble, una big band proveniente da un’università americana dove si studia altro ma si trova il tempo ed il modo di suonare il jazz…. Un bell’esempio che anche nel nostro paese si dovrebbe imitare.


ELON University Jazz EnsembleNonostante l’estate ormai sopraggiunta ed altre programmazioni in città che non hanno consentito di riempire, come spesso avviene, il teatro, chi era tra il pubblico ha potuto trascorrere una serata divertente, in compagnia di una nutrita big band di 19 elementi proveniente da un’università americana di quelle vere, dove il jazz e la musica in genere non fanno necessariamente parte del corso di studi, ma sono un mezzo per stare insieme divertendosi.
Il nome della band che fa capo all’Università di ELON è, appunto, ELON University Jazz Ensemble, e quando è al completo è diretta dal trombonista Matthew Buckmaster ed esegue un repertorio “mainstream”, che prende le mosse da alcune tra le più belle pagine della musica americana del decennio compreso tra il 1920 ed il 1930, come sottolinea con la sua solita precisione e capacità di sintesi il musicologo Maurizio Franco, conduttore della serata.
La peculiarità di questa big band è che da essa, durante il concerto, si staccano come atolli di un arcipelago gruppi di dimensioni e composizione sempre diversi, sotto la denominazione di ELON Music Ambassadors, che diretti invece da Virginia Novine Whittaker propongono un sound made in USA ma decisamente più variegato, infarcito talora di sapori pop, a volte di funky, spesso di riferimenti alla classica “american song”.
Per le operazioni di questo tipo non è particolarmente importante scendere a livello di dettaglio per soppesare il livello artistico dell’esibizione; quello che più conta ci sembra essere il valore che strutture come la ELON University sono in grado di restituire allo studente, che può coltivare la sua passione per la musica nello stesso ambiente che abitualmente frequenta per studiare e formarsi, a questo punto, in modo davvero completo; e se poi, come in questo caso, si arriva addirittura ad uscire dai propri confini geografici per interagire con realtà decisamente diverse, ecco che questo incontro diventa particolarmente appagante per entrambi i mondi che entrano in contatto, che si permeano l’un l’altro ed assorbono tutto ciò che è possibile assorbire da questa rilevante esperienza.
Per il nostro paese un bell’esempio di organizzazione didattica da perseguire con ogni mezzo, per gli ospiti un impegnativo confronto con una realtà, quella della Civica e del suo direttore Enrico Intra, che ha saputo metabolizzare gli stilemi che stanno alle radici del jazz, per miscelarli con suoni ed atmosfere di matrice euro-colta e spingere la musica verso qualcosa di profondamente nuovo e sfidante per chi opera quotidianamente nell’ambito di una classica big band americana.
E’ stato come assistere ad almeno tre concerti diversi nella stessa serata, tanto mutevoli sono stati i contesti in cui l’ensemble si è trovato impegnato; prima di tutto, la dimensione classica della big band che ha aperto e chiuso il concerto, con la direzione persino troppo contenuta di Buckmaster, nella quale l’orchestra è sembrata a suo agio nei brani più vivaci come la ben nota “Sing, Sing, Sing” di Louis Prima, proposta nell’arrangiamento originale di Gordon Goodwin, mentre in quelli a tempo medio l’esibizione ci è sembrata poco fluida e a tratti sin troppo didattica e priva di dinamiche. Senza strappi né graffi, insomma. Poi la parte centrale del concerto, quella in cui si è esibito l’organico ridotto dei Music Ambassadors nei suoi diversi gruppi, con la direzione fuori scena della Whittaker e l’esibizione più fluida e rilassata, grazie anche all’ampiezza della tavolozza timbrica messa di volta in volta in campo, all’aggiunta in alcuni brani di diversi elementi percussivi (come in “Lagrimas Negras” di B. Valdés ed El Cigala) ed ai continui cambi di formazione e di ambientazione; meritano una segnalazione, espressamente per questa parte di concerto ma più in generale per tutta la serata, il sassofonista Brian Magna, il vibrafonista Brandon Atwell (impegnato anche al pianoforte ed al basso e compositore del brano “Osmo”, dalle movenze funky per quanto non eccelso nelle dinamiche) e la bella voce del soprano Caitlyn Balkcum.
Ma se trascuriamo per un attimo la classica “Estate” di Bruno Martino, omaggio della big band ai padroni di casa ed affidata alla bacchetta di Luca Missiti, tanto rigoroso quanto comunicativo nella direzione, impreziosita peraltro da una buona prova vocale in lingua italica della Balkcum e da un bel solo di vibrafono, il vero spettacolo nello spettacolo è stato quello che si è ritagliato il maestro Intra, che è persino sembrato in grado di insegnare come si suona il jazz agli americani.
Dopo un bel momento in solo durante il quale ha dedicato alla big band alcune belle pagine di musica americana, nelle quali ha innestato più di qualche divagazione sul tema di matrice euro-colta com’è suo costume, il padrone di casa si è scatenato in due vere e proprie “conductions”per l’ensemble al completo, al quale si sono opportunamente uniti tre studenti dei Civici Corsi di Jazz per formare una solida ritmica (Davide Cabiddu al piano, Francesco Marchetti al contrabbasso e John De Martino alla batteria); dopo una bella introduzione di vibrafono, la direzione non certo ortodossa di Intra e l’ambientazione del tutto particolare delle sue musiche (l’ormai storicizzato “Intramood”), hanno messo a dura prova l’orchestra, ovviamente poco avvezza a commistioni tra suoni americani ed europei, colorati di funk e ben sostenuti da un impianto percussivo.
Particolarmente apprezzabile il lavoro del maestro sui fiati, incisivi come non mai nel resto della serata sia nell’espressione sonora che nel contrappunto, e la sua capacità di far progredire un interminabile flusso sonoro a partire da un pedale di pianoforte particolarmente semplice, grazie solo a qualche piccolo tocco sulla cordiera e soprattutto alla sua innata capacità di stimolare al meglio la band ed i suoi componenti per mezzo di una gestualità istintiva e diretta. Il salto di qualità è risultato evidente, al punto che la band alla fine sembrava la “sua” band da sempre; una eccellente dimostrazione che il jazz, nel 2016, non è più solo un affare d’oltre oceano.

 

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