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Bergamo Jazz 2017: Tempo di consuntivi (seconda parte)

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Si è chiusa da qualche giorno l’edizione 2017 di Bergamo Jazz, che va in archivio registrando un notevole afflusso di pubblico, tale da dover impedire l’ingresso agli spettatori accorsi nelle locazioni più prestigiose ma ad accesso limitato, un numero davvero importante di eventi e di artisti intervenuti, nonché un livello qualitativo globalmente elevato, a prescindere da qualche immancabile momento non esaltante.


Enrico PieranunziSabato 25 marzo è forse la giornata più riuscita dell’intero festival. Si comincia la mattina all’Accademia Carrara, con la straordinaria performance del violoncellista olandese Ernst Reijseger, altro improvvisatore radicale, anche se più accessibile di Parker, che con il suo violoncello a 5 corde, senza preoccuparsi di qualche pecca acustica, porta l’arte della sua musica all’interno di quella pittorica e di tutto lo spazio che lo circonda, pubblico incluso.
Diceva un noto cantautore italiano “…sarà la musica che gira intorno…”, ma in quel caso non aveva futuro, qui invece ti avvolge, ti aggredisce, ti entra dentro ed è difficile rimanerne estranei. Saranno pure ormai 30 anni che Reijseger propone questo tipo di performance, ma la suggestione è intatta ed il divertimento assicurato. Il termine corretto per questo evento è “performance” non a caso, perché la competenza sullo strumento nel caso specifico non è più importante della gestualità e della presenza scenica del musicista, che totalmente in acustico sfrutta il suono naturale, senza loop o sovraincisioni, si accompagna fischiando e cantando (maluccio peraltro), mette in campo armonie con l’archetto, free impro, inserti rock, pulsazioni fusion, crea terreni mobili e cangianti su cui lanciare il suo stesso virtuosismo. Percuote il violoncello come fosse un tamburo, lo maltratta, lo imbraccia come un basso elettrico, usa la tecnica dello “slap”, si alza, gira fra il pubblico interagendovi, va in un'altra stanza per lanciare un urlo, torna, strofina il puntale dello strumento sul pavimento, suona diretto verso una parete. Tutto diventa musica, ed è un'altra delle vette artistiche di Bergamo Jazz 2017.
Alle ore 15 al Chiostro di Santa Marta quarta “Scintilla” di jazz ed altra splendida nuova location per il festival. La bella giornata primaverile ed il notevole afflusso di pubblico appagano l’occhio prima ancora delle orecchie, che comunque possono apprezzare un po’ di sana tradizione in una bella esibizione del quintetto del trombonista Andrea Andreoli, coadiuvato da Alessandro Bottacchiari alla tromba, Antonio Vivenzio alle tastiere, Sandro Massazza al contrabbasso e Vittorio Marinoni alla batteria. Tra i pezzi originali del leader e di Bottacchiari, si ascoltano la mingusiana “Fables of Faubus” e l’immortale “But Not for Me”. Energici come una big band ben più estesa, hanno un suono compatto e moderno che sa rinnovare la tradizione senza mai negarla. La ritmica è robusta e precisa, i fiati, come si dice in gergo, hanno un bel tiro, il “growl” del trombone è ben utilizzato e lo swing sempre esplicito. Tra le cose migliori “13 agosto”, dedicato al giorno della festa dei mancini perché scritta in tempi dispari, ed ovviamente in 13/8 che si scrive proprio come 13 agosto. A loro agio anche a tempo lento, dove si distingue un ottimo Massazza. Vivenzio, per quanto sacrificato alla tastiera, mette in mostra un notevole talento.
Ci si sposta all’Auditorium di Piazza della Libertà per ascoltare l’ensemble del pianista e tastierista norvegese Christian Wallumrød, di cui fanno parte il trombettista Eivind Lønning, il sax tenore Espen Reinertsen, il violoncello di Katrine Schiøtt ed il batterista e vibrafonista Per Oddvar Johansen. Concerto totalmente acustico e musica dal profondo senso dello spazio, assolutamente estranea al jazz, minimalista, più vicina all’apoteosi del silenzio e della sottrazione che alla compiutezza del suono, musica nella quale la presenza del ritmo è spesso solo intrinseca. Il pianoforte procede lentamente, quasi sempre per accordi reiterati a due mani e micro-variazioni tonali, in qualche caso in un crescendo di connotazione epica, e crea spazi per sé stesso e per gli altri componenti del gruppo, che si inseriscono e si sottraggono con estrema naturalezza, uno per volta o all’unisono, sempre dilatando le note. Spesso il flusso musicale si risolve in momenti di puro suono, cigolii, schiocchi, note distillate. E’ un viaggio della mente tra visioni rarefatte ed eteree, atmosfere nordiche, colori nella scala del grigio, che non stimola particolarmente il cuore. Di particolare suggestione un momento per soli triangoli, in cui è rappresentata tutta la gamma timbrica della famiglia dello strumento. Adatto solo per chi può fare a meno di ogni aggancio al linguaggio del jazz.
Dopo un incontro istituzionale organizzato nella Sala Riccardi del Teatro Donizetti insieme all’Associazione I-Jazz, che apre buone prospettive su una nuova proposta di legge per la musica dal vivo ed in particolare per il jazz, c’è giusto il tempo per uno stuzzichino e si torna al Teatro Donizetti, per l’attesa esibizione del William Parker Organ Quartet, che oltre al contrabbassista vede impegnati sul palco il pianista Cooper Moore per una volta all’organo, il sassofonista ed astro nascente James Brandon Lewis ed il batterista Hamid Drake.
E’ una full immersion nella musica black degli anni ’70, energica e tirata al massimo con rari momenti di respiro (uno per l’archetto del leader, in completa solitudine, che si risolve in una ripartenza del sax che da lirico e profondo cresce e prende a bruciare fino alla devastante eruzione, e l’altro per presentare la band prima di passare ad un “mid tempo” un po’ piacione, con profusione di melodie di sax e organo a volontà, per poi chiudere il brano e, se si esclude il bis, il concerto, ma solo dopo una deviazione di chiara impronta free. Grande prova di James Brandon Lewis, incandescente o lirico secondo occorrenza, che si dimostra uno dei migliori sassofonisti di nuova generazione sulla scena.
Incredibile la ritmica, che senza bisogno di parlare della grande tecnica del leader, conta sul motore turbo di Hamid Drake, capace di condurre il ritmo in qualsiasi direzione e ad ogni tempo possibile o anche solo immaginabile, pur di evitare eccessive derive free. Ed è proprio questo il risultato più interessante e meno scontato: il quartetto suona un jazz libero ma contenuto entro strutture formali ben definite, integrando alla perfezione uno strumento difficile da gestire come l’organo, e dimostrando, nonostante la durata dei brani molto estesa, un grande equilibrio, senza eccessi di virtuosismo o ansie prestazionali. Merito anche del lavoro dei fonici, che assicurano un perfetto bilanciamento delle voci, al punto da renderle riconoscibili singolarmente anche quando suonano compatte.
Seconda parte della serata dedicata al progetto Marilyn Mazur’s Shamania, con 10 strumentiste ed una danzatrice tutte provenienti dalla Scandinavia, tra le quali vale la pena di citare almeno la notevole sassofonista Lotte Anker. Arrivano dalla platea, salgono sul palco ed è un’esplosione di ritmi tribali. Poi si assestano su una suggestiva commistione di jazz e world music, con voci ed echi lontani e richiami ancestrali. Importanti anche le coreografie, soprattutto grazie all’apporto della danzatrice; vengono un po’ alla mente, con le dovute proporzioni, i nostri Odwalla. E’ un’orgia di percussioni e fiati, dove il jazz si infila negli interstizi, tra un brano e l’altro, quando i ritmi incalzanti scemano e gli echi di matrice etnica lasciano spazio all’improvvisazione. I puristi storcono il naso, ma il fascino delle atmosfere, delle stratificazioni vocali e delle polifonie è innegabile.
Chiusura della lunga giornata e penultima “Scintilla” ancora nella confusione del Balzer, dove l’ottimo quartetto di Gianluca Di Ienno (pianista per l’occasione impegnato alla tastiera), completato da Fulvio Sigurtà alla tromba, Giulio Corini al contrabbasso e Alessandro Rossi alla batteria, mette in campo un jazz non particolarmente innovativo, ma fresco, attuale e suonato con competenza. Elementi pregnanti della proposta sono la ritmica davvero ben affiatata, la co-leadership di Sigurtà, la qualità delle composizioni originali, in larga parte opera di Di Ienno, nonché i notevoli spunti solistici di tutti i musicisti, che manifestano un’ottima padronanza tecnica ciascuno sul proprio strumento. Probabilmente una delle formazioni giovani più promettenti di questi tempi.
L’ultima giornata del festival, domenica 26 marzo, non si può certo dire all’altezza della precedente, pur con qualche eccezione. Si torna in Città Alta, a parte la serata conclusiva al Teatro Donizetti. Dopo il concerto mattutino dei Jazzer 5 (Francesco Lento alla tromba, Michele Polga al sax tenore, Luca Mannutza al pianoforte, Daniele Sorrentino al contrabbasso e Andrea Nunzi alla batteria), di chiara matrice mainstream, organizzato insieme al Jazz Club Bergamo alla Sala Porta Sant’Agostino, tocca all’ultima “Scintilla” nell’ultima nuova location, l’ex Monastero del Carmine, con il progetto “Tomorrow” (2015) della promettente cantante milanese Camilla Battaglia, che si esibisce con il sassofonista Nicolò Ricci, il trombonista Federico Pierantoni, il chitarrista Roberto Cecchetto, il bassista Andrea Lombardini e il batterista Bernardo Guerra.
Basato su brani originali scritti dalla leader e da Lombardini, si tratta di un jazz vocale moderno, ricco di sfumature, strutture irregolari e stratificazioni. La voce, pur piacevole, risulta però troppo monocorde, con utilizzo delle dinamiche piuttosto limitato; scarso il ricorso allo “scat”, più frequente il suo utilizzo strumentale. La Battaglia utilizza anche un piccolo dispositivo elettronico che aggiunge qualche effetto, senza eccessi. La ritmica è energica, anche grazie alla presenza del basso elettrico, ma coerente con l’insieme; i fiati, pur emergendo solo a sprazzi, lasciano intravedere notevoli potenzialità. La magica chitarra di Cecchetto distilla preziose armonie in “Change” e “Last Time”, e regala ai presenti una suggestiva introduzione al brano “Shaping Miles”. Interessanti anche “They’re running upstairs”, per il gran lavoro del basso e per lo spazio lasciato ai fiati, “Last Time” (per il riff di Lombardini e l’approccio vicino al rock della seconda parte del brano) e l’anticipazione dal prossimo CD “You don’t exist”, per gli impasti sonori e le interessanti sovrapposizioni delle voci.
Una parziale delusione arriva dal quartetto del sassofonista britannico Andy Sheppard, con il norvegese Eivind Aarset alla chitarra ed effetti, il francese Michel Benita al contrabbasso e Sebastian Rochford alla batteria, che presenta al Teatro Sociale il suo apprezzato progetto per ECM “Surrounded By Sea”. Sheppard dice di ispirarsi a Coltrane, ma in questo progetto di coltraniano vi è ben poco. A parte un breve momento esplosivo che rimane un’eccezione, il tutto, per quanto raffinato, è sin troppo algido e pacato, con la voce del sax (sia al tenore che al soprano) evocativa e narrativa, pulitissima, appoggiata su una ritmica soffusa e sulle ambientazioni nordiche di Aarset. Certo trasmette una sensazione di pace e tranquillità, ma qualche scossone in più, vista anche la stanchezza fisica accumulata a questo punto della manifestazione, non avrebbe guastato. Emblematico dell’intera performance è lo sviluppo del brano “Meditation”, a partire dal titolo: inizia con un’ambientazione di Aarset, entra il sax tenore ad esporre il tema, Benita replica la melodia sul contrabbasso in una sorta di “call and response”, il sax si vaporizza in una serie di soffi, e dopo un momento di assoluto silenzio il ritmo portato sul piatto introduce il quartetto al completo, con il sax sempre in prima linea fino alla chiusura a sfumare. Come bis una evitabilissima “All my love” dal repertorio dei Beatles.
Gran finale al Teatro Donizetti, e serata che prende il via con il trio della sassofonista cilena Melissa Aldana, affiancata dal conterraneo contrabbassista Pablo Menares e dal batterista statunitense Craig Weinrib.
Propone un mainstream senza sorprese, molto didattico, più adatto all’ambientazione di sottofondo di un pub che a quella del palcoscenico di un teatro di questo spessore, che si concretizza in un mix tra standard e brani originali. Anche la ritmica gira al minimo sindacale, e la discreta voce strumentale della leader che si è fatta un po’ più robusta col passare degli anni, così come il suo coraggio nell’affrontare la musica di Sonny Rollins in completa solitudine, non bastano a spostare l’esito della prestazione da quella che si può definire normale amministrazione. La cosa migliore, come spesso succede, è il bis.
A degna chiusura di un festival di buon livello, la Brussels Jazz Orchestra, composta da 15 elementi cui si aggiungono il pianista Enrico Pieranunzi ed il trombettista Bert Joris, qui nelle vesti anche di arrangiatore, ci regala un ottimo concerto, senza dubbio il migliore della giornata. Sono tutti brani di Pieranunzi, con arrangiamenti classici ma impeccabili, quanto mai luminosi. Le sezioni orchestrali sono perfettamente coese, c’è grande compattezza, la ritmica è robusta come si addice ad una big band, ed i solisti sono di tutto rilievo, anche se viene preferita la coralità dell’insieme agli interventi dei singoli, di numero contenuto per quanto ad alto tasso tecnico (di Pieranunzi e Joris in “Fellini’s waltz”, poi qualche chicca qua e là e nient’altro).
Si omaggia ovviamente il Pieranunzi più swingante, quello che strizza l’occhio al cinema e che ha lavorato con Wheeler e Motian, trascurando i suoi lavori dedicati alla musica classica ed alla composizione estemporanea. Viene evitato il rischio che l’omaggiato o l’ospite ed arrangiatore si prendano la scena, cosa non scontata a priori visto lo spessore di queste due personalità; ma questa è la musica di Pieranunzi ben eseguita da un’orchestra, di cui il Maestro è parte ma non l’esecutore protagonista.

 

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