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Benny Golson Live at the Piacenza Jazz Fest

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensione concerti

Da molti anni il Piacenza Jazz Fest porta avanti con coerenza un programma a lunga gittata, un'elaborata serie di eventi e concerti che s'inseriscono in molti luoghi della città e della provincia, a testimonianza di quali risultati l'amore per il Jazz possa raggiungere per la collettività, se sorretto da logiche pubbliche che debbono rimanere virtuose, anche e soprattutto in tempi di ristrettezze.


Benny GolsonDa molti anni il Piacenza Jazz Fest porta avanti con coerenza un programma a lunga gittata, un'elaborata serie di eventi e concerti che s'inseriscono in molti luoghi della città e della provincia, non solo nei teatri e negli auditorium, ma anche negli ospedali, nelle carceri, nelle scuole, a testimonianza di quali risultati l'amore per il Jazz possa raggiungere per la collettività, se sorretto da logiche pubbliche che debbono rimanere virtuose, anche e soprattutto in tempi di ristrettezze.
Cartellone ben curato anche nel 2017, con proposte assai diverse ed a cui il pubblico ha risposto con una presenza massiccia e costante: dagli Incognito ai Quintorigo, da Kenny Garrett a Regina Carter, giusto per citare qualche nome in programma, si è cercato di dare conto di molte delle sfaccettature che animano l'attuale scena jazzistica.
E' chiaro poi che ospitare Benny Golson, icona vivente della musica che amiamo, non poteva che farci accorrere al Teatro President per una serata all'interno di un intenso tour europeo che vede al suo fianco (ed in molte situazioni a sorreggerlo) un trio sontuoso, capitanato dal nostro Antonio Faraò, pianista di livello mondiale, come ogni vero jazz-fan ben sa, e con la ritmica affidata al parigino Gilles Naturel e a un drummer esperto e dalla classe cristallina, Doug Sides, antico sodale del leader.
Cosa ci si può aspettare mentre ci si siede in platea di fronte a un uomo di 88 anni compiuti che ha scritto alcune delle più belle pagine dell'intera storia del Jazz? Forse saremo un po' retorici ma nel caldo abbraccio piacentino al suo sorriso da consumato entertainer che entra in scena abbiamo percepito riconoscenza, rispetto e tanto amore.
Il concerto ha snocciolato molte delle perle golsoniane, ognuna delle quali arricchita da un ricco corollario di anedotti che pescavano direttamente nella mitologia jazzistica.
Significativo per esempio che nell'annunciare la celeberrima "Whisper Not" il nostro abbia spiegato di come quella composizione prese forma in pochi minuti e che non abbia significati particolari, anzi che "Whisper Not" significhi assolutamente nulla, a dimostrazione di come il Jazz -soprattutto se si tratta di vero Jazz- sia spesso assai più semplice ed immediato di come certi soloni tengono a dipingerlo.
Non sono mancate le attese esecuzioni di "Along Came Betty" e di "Horizon Ahead" mentre per "What Is This Thing Called Love" Mr. Golson si è goduto da spettatore le evoluzioni del trio che lo accompagnava, che ha alzato i giri motore per una versione rivista ed assai spettacolare del classico di Cole Poter, in cui il magistero pianistico di Antonio Faraò ha particolarmente brillato.
Un lungo e stavolta commovente prologo è stato dedicato da Golson a Clifford Brown la cui figura è stata condensata in un pensiero ovvero "quale corso avrebbe preso il Jazz, quali strade avrebbe intrapreso Clifford Brown se quella sera (26 giugno 1956) un crudele incidente non lo avesse ucciso, insieme a Richie Powell e a sua moglie". Su questo interrogativo senza risposte si è stagliata l'interpretazione lucida ed emozionante di "I Remember Clifford", composizione simbolo del Maestro di Filadelfia, interpretata per primo da Lee Morgan e poi incisa, nei decenni a seguire, da Bud Powell, Sonny Rollins, Dizzy Gillespie, Keith Jarrett e chissà da quante altre migliaia di jazzisti ad ogni latitudine.
L'intonazione di Benny è ancora di precisione chirurgica così come il suo caldo suono, nei medium tempo e nelle ballads è ancora un piacere, oltre che un onore, ascoltarlo fraseggiare. L'inno dei Jazz Messengers, "Blues March", ha riportato grandi sorrisi sul palco ed in sala, chiudendo il concerto di un gigante del Jazz avvolto dall'affetto di un pubblico consapevole di essere di fronte ad una sorta di miracolo della natura... Benny Golson!

 

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