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L’anima e la storia del grande jazz sul palco del Gezmataz con Saxophone Summit

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensione concerti

C’è voluta una buona mezz’ora di ritardo sull’orario programmato per riempire (anche se non completamente) la Piazza delle Feste del Porto Antico di Genova per la prima serata del festival Gezmataz. Nonostante i nomi in cartellone fossero di assoluto richiamo – si trattava dell’unica data italiana del tour europeo del Saxophone Summit, con Joe Lovano, Dave Leibman, Greg Osby, Phil Markovitz, Cecil McBee e Billy Hart


Saxophone SummitC’è voluta una buona mezz’ora di ritardo sull’orario programmato per riempire (anche se non completamente) la Piazza delle Feste del Porto Antico di Genova per la prima serata del festival Gezmataz, giovedì 20 luglio. Nonostante i nomi in cartellone fossero di assoluto richiamo – si trattava dell’unica data italiana del tour europeo del Saxophone Summit, con Joe Lovano, Dave Leibman, Greg Osby, Phil Markovitz, Cecil McBee e Billy Hart - gli appassionati genovesi e limitrofi hanno risposto con una certa pigrizia iniziale, anche se dopo un’ora e mezza di musica, nonostante un bilanciamento dei suoni non ottimale, la platea era completamente coinvolta e vogliosa di encore.
Una musica che, al tempo stesso è intrisa di decenni di storia del jazz (Mc Bee e Hart hanno suonato con Davis, Shorter, Andrew Hill, Wes Montgomery), ma risulta totalmente libera da vincoli di struttura e genere, e pronta ad affermare la propria identità sul piano della composizione istantanea, dove una variazione ritmica, una svolta armonica o una frase al pianoforte possono condurre verso direzioni fino a poco prima non prevedibili.
Inevitabilmente, a prevalere è la dimensione individuale dei solisti, ed è forte la tentazione di distinguere i tre sassofonisti con il criterio delle fasi temporali, ove il tenore di Lovano porta in dote un suono solidamente scolpito sulle temperie hard bop, il soprano di Leibman la concitazione ed il furore del free, e l’alto di Osby, che alterna note lunghe e progressioni caleidoscopiche, l’attualità che ibrida il jazz con altri idiomi. Parlare di Mc Bee, Hart e Markovitz come sezione ritmica significa fare un torto alla personalità di veri co-leaders, che spesso orientano la direzione e gli andamenti della musica.
Il concerto ha proposto cinque lunghe composizioni, a partire da “Alexander the great” di Lovano, spinta su ritmi da subito molto accesi grazie all’incessante lavoro sui piatti di Hart, e vetrina delle differenti personalità sul palco, per proseguire con l’articolata e notturna “The 12th man” di Markovitz, con un marcato ruolo melodico del pianoforte ed ampio spazio per i soli dei tre saxes.
Per “Trycicle” di Leibman, tratta, come le altre, dal primo cd del gruppo, “Gathering of the spirits”, quello con il compianto Michael Brecker, il sestetto si frantuma in tante formazioni diverse, quante sono le sezioni tematiche dell’articolata composizione.
Non poteva mancare l’omaggio a Coltrane a pochi giorni dal cinquantennale della scomparsa, ed ecco una suite con “Reverend King” che si compenetra in “India”, tramite la intro dei flauti di Leibman e Lovano per uno dei momenti più coinvolgenti del concerto, ricco di variazioni, pause e momenti di magica creatività, come quello in cui Hart e Mc Bee inventano per il piano di Markovitz un altalenante ed avvolgente tappeto ritmico, o quando i fiati declamano all’unisono l’inno a M.L. King di Trane.
Un ultimo, breve, ed intenso volo ha risposto, infine, alle richieste del pubblico, conquistato dalla impetuosa forza creativa di questa grande musica.

 

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