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Brian Blade & The Fellowship - Body And Shadow

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensioni Cd

E così ci tocca scrivere che la band delle “borse di studio”, di cui il formidabile drummer Brian Blade è leader incontestabile, compie vent’anni di vita. Tempus Fugit! A chi scrive pare ieri ed invece risale al 1997 il primo vagito del gruppo, una musica in cui spirava una certa freschezza e che lasciava interdetto chi pensava di trovarvi anche dello schietto jazz, avanzato o meno, ed in cui era invece assai evidente la manina del produttore Daniel Lanois, Re Mida del rock e al contempo mortifero cantautore canadese...


Body And ShadowE così ci tocca scrivere che la band delle “borse di studio”, di cui il formidabile drummer Brian Blade è leader incontestabile, compie vent’anni di vita. Tempus Fugit!
A chi scrive pare ieri ed invece risale al 1997 il primo vagito del gruppo, una musica in cui spirava una certa freschezza e che lasciava interdetto chi pensava di trovarvi anche dello schietto jazz, avanzato o meno, ed in cui era invece assai evidente la manina del produttore Daniel Lanois, Re Mida del rock e al contempo mortifero cantautore canadese cui si devono alcune cosucce miliardarie firmate U2, soprattutto, ma anche Bob Dylan, Marianne Faithfull, Neil Young ecc.
Il buon Brian Blade, batterista dello stesso Dylan e perno fisso dello storico quartetto di Wayne Shorter, non cambia di una virgola la formuletta magica che, nessuno si offenda please, ricade in pieno sotto l’efficace etichetta di “ambient music”, sperando non diventi -come accade in altri ben più penosi casi- un sinonimo di “jazz del terzo millennio” per barbuti pensosi neo hipster over tutto: pianoforte elegiaco (Jon Cowherd cui si deve la scrittura di alcuni brani), chitarre un filino fuori fuoco, (Dave Devine, di Denver, piglio western e tanti rimpianti per l’assenza di Kurt Rosenwinkel), dolci iterazioni mai ossessive, fiati eleganti (Myron Walden al contralto e clarinetto, Melvin Butler al tenore) e pedali pesanti, scansioni pop-rock, racconti spirituali on the road delineati con nitore (“Duality” è l’episodio da consegnare ad una futura compilation della band) o bozzetti che scemano, tramontando evocativi, qual fabula interruptus made in USA.
In questo caso, contrariamente a quanto si ascolta in tante produzioni nostrane che sfiorano l’umorismo involontario, il tutto è suonato perfettamente e perfettamente inciso dalla Blue Note, che tra luci ed ombre stile “un corpo e un’anima” propone come strenna natalizia un prodotto patinato, che galleggia con una certa grazia ma che non consegneremo ipso facto agli annali.
Per ascoltare e godersi al meglio uno dei più brillanti ed avanzati batteristi in attività infatti conviene mettere sul piatto qualcosa del Wayne Shorter 4tet.

(Courtesy of AudioReview)

VALUTAZIONE: * * 1/2

 

 

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