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Brian Blade esplora la musica popolare americana

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensioni Cd

Quinto album in oltre quindici anni e primo dopo ben cinque anni, per questa strepitosa formazione diretta dal batterista Brian Blade e dal tastierista Jon Coward, che in questi anni ha sviluppato un proprio suono molto riconoscibile, che riesce a legare il jazz con molte influenze ben radicate nelle origini della musica americana: folk, country, gospel, musica dei nativi americani e, perchè no, anche pop e songwriting.

"Landmarks", che rappresenta il ritorno alla Blue Note, dopo Brian Blade Fellowship (1998) e Perceptual (2000), conserva intatte tutte le peculiarità di questa formazione; una grande capacità di scrittura che, nel porre grande attenzione alla melodia, riesce ad esprimere dei pezzi che spesso sembrano piuttosto delle vere e proprie canzoni, in cui gli strumenti hanno la funzione di sostituire la voce umana; una scrittura in grado di realizzare una musica coinvolgente e di grande impatto emotivo, che pone grande attenzione al suono di gruppo, piuttosto che incentrarsi sulle parti soliste dei musicisti, pur di prim'ordine, di cui è composta questa formazione, musicisti che riescono ad interagire tra loro in maniera quasi telepatica, grazie ad un'intesa cementata da anni di collaborazione.
La formazione, un quintetto che è rimasto in gran parte stabile nel corso degli anni, è costituita da Brian Blade alla batteria; Melvin Butler: al sassofono soprano e tenore; Jon Cowherd al piano, mellotron e pump organ; Chris Thomas al basso e Myron Walden all'alto sax e clarinetto basso a cui a turno si aggiungono, sulla maggior parte dei pezzi, due chitarristi: Jeff Parker e Marvin Sewell.
L'album è composto prevalentemente di pezzi originali, con l'eccezione di un breve intermezzo di un paio di minuti di una bellissima versione del traditional "Shenandoah", esaltata dal meraviglioso sound del pump organ di Coward.
Tra i pezzi originali si annoverano due strepitose lunghe suite di oltre 10 minuti, "Farewell Bluebird" che presenta un pezzo solista ricco di swing del piano di Cowerd ed un meraviglioso lavoro d'interplay tra i sax di Butler e Walden, e la sorprendente "Ark. La. Tex". Notevole è anche la title track, che parte con un poderoso assolo del basso di Thomas, in grado qui di impostare la melodia, per poi proseguire con un magnifico scambio di battute tra Butler e Walden rispettivamente al sax alto e al clarinetto basso.
Di lunghezza intermedia sono invece i due pezzi che personalmente prediligo dell'album, il bellissimo "He Died Fighting", un pezzo dalle sonorità pop, in cui è più evidente la capacità di Blade di comporre delle splendide canzoni (resa evidente dal magnifico album Mama Rosa), in cui il suono dei due sax, appare un sostitutivo della voce, un pezzo ricco di atmosfera e con una qualità percussiva che ricorda gruppi come The Bad Plus o l'Esbjorn Svennson Trio (ma a mio parere con una qualità musicale molto superiore); come notevole è il pezzo successivo, lo straordinario "Friends Call Her Dot", che si apre con un bellissimo pezzo in solo del clarinetto basso, a cui ben presto si associa il sax tenore, per consegnare una melodia evocativa e nostalgica, sostenuta perfettamente dalla batteria, minimale ma allo stesso tempo molto presente, di Blade.
A proposito del batterista, direi che in questa formazione Blade si mette in evidenza più come compositore che come strumentista, concedendo veramente poco all'ascoltatore; ma ad un ascolto più attento ci si rende conto che lui e Thomas compongono una sezione ritmica di livello assoluto, che risulta il vero motore pulsante della band.
Citando Thom Jurek di AllMusic Guide "Su Landmarks, The Fellowship Band continua la sua esplorazione degli stili popolari americani, con un jazz assolutamente moderno e molto originale, ricco di ricerca armonica e di attrazione ritmica, con composizioni che parlano dal misterioso cuore della canzone stessa."


 

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